AUDIOGUIDE VERDE SVELATO
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Barriera Green Hub
Dalla rieducazione dei giovani “perduti” alla sostenibilità ambientale. Il complesso di via Bologna 175-177 cambia di nuovo vocazione per proporre un futuro verde alla città di Torino. Costruito negli anni Trenta per accogliere i laboratori destinati all’avviamento professionale degli ospiti del vicino riformatorio intitolato a Cesare Lombroso, negli anni Sessanta viene convertito in officina meccaniche a cui, in un secondo momento, è affiancato un autolavaggio. Negli anni Novanta del secolo scorso, sull’onda delle trasformazioni economiche della città, questi spazi perdono la loro funzione e rimangono abbandonati. Fino ad oggi.
Gli edifici di via Bologna si preparano a una nuova trasformazione. Dopo la disciplina penitenziaria e il rigore industriale il complesso di via Bologna diventerà la sede di un Green Hub, un centro culturale dedicato al verde e alla coltivazione delle piante gestito dall’Associazione Orticola. Un cambio di paradigma simbolico dalla città-fabbrica a un modello di cittadinanza attiva che promuove valori sociali e ambientali.
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B&B Via Stampatori
Nel cuore del centro di Torino, all’interno dello storico Palazzo Scaglia di Verrua che conserva e l’unico esempio torinese superstite di facciata cinquecentesca dipinta ad affresco, si trova un ambiente unico che coniuga in un solo luogo ospitalità, attenzione per il verde e profumeria artistica in un’esperienza che promette di essere intima, raffinata ed esclusiva. Uno degli elementi più suggestivi della struttura è la terrazza fiorita, un piccolo giardino sospeso dove crescono rose, glicini e gelsomini curati e coltivati dal giardiniere Roberto Barchi.
Lo spazio ospita anche una boutique dedicata alla profumeria di nicchia, con una selezione di fragranze artigianali, e un Bed & Breakfast che permette agli ospiti di soggiornare in una galleria d’altri tempi, in uno dei palazzi storici più affascinanti della città.
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Bicinfiore
Un piccolo rifugio artistico a Pozzo strada che offre uno sguardo indiscreto come si creano le composizioni floreali sostenibili per decorare grandi e piccoli eventi. Il laboratorio si affaccia su un piccolo cortile urbano, uno spazio quotidiano e imperfetto in cui il pavimento in cemento è attraversato da crepe e fratture che con il tempo si sono convertiti in luoghi fertili. Piante, piccoli arbusti, fiori “entrano in città” (come dicono i biologi) senza un invito preciso. Il verde cresce nelle fessure, ripara senza nascondere.
Il cortile è pensato come un giardino spontaneo e resistente. Nel tempo sono cresciute graminacee, specie perenni e varietà rampicanti a bassa manutenzione, piante adatte sia al sole che all’ombra, in grado di convivere con il caldo, la siccità e il disturbo delle aree urbane.
Il giardino spontaneo non segue un ciclo di allestimenti temporanei ma è un processo continuo: un kintsugi vegetale in cui le ferite del cemento restano visibili e offrono nuovi spazi “di riparazione” alle piante. Una visione del verde urbano che privilegia il tempo, la cura silenziosa e l’accettazione dell’imperfezione, più che l’effetto decorativo.
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Botanicus
Botanicus è un luogo di bellezza. Qui, le piante vengono celebrate stagione dopo stagione.
Nel vivaio sono presenti piante coltivate in modo sostenibile, un eden verde che rispecchia la filosofia di cura e di attenzione verso l’ambiente del proprietario Massimo, che ha reso possibile la nascita del giovane progetto.
Esemplari di specie rare e collezioni di varietà particolari vengono ricercate da ogni parte del mondo e, grazie alla passione e all’esperienza maturata, sono restituite all’occhio di clienti e visitatori in un’atmosfera ricercata e studiata nei più piccoli dettagli.
La splendida serra, in stile anglosassone, caratterizza lo spazio aiutata dalla pavimentazione a scacchiera.
All’interno del vivaio di Botanicus vengono coltivate diverse specie, sia di piante da interni che da esterno: una vasta collezione di rose, antiche e inglesi, arbusti, piccoli alberi, siepi, rampicanti, erbacee perenni, oltre che graminacee ornamentali.
Dentro le serre invece trovano spazio piante da appartamento, orchidee, alcune fioriture stagionali, piante grasse. Botanicus non si limita solo alla vendita di piante e verde, infatti, si possono trovare vasi e terriccio e una selezione, molto raffinata, di piccoli oggetti ed arredi adatti al giardino.
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Capodoglio Murazzi
Le arcate dei Murazzi ricordano un sistema ipogeo di grotte e cunicoli. Passaggi segreti e caverne artificiali dove oggi è sbarcato il Capodoglio, un locale polivalente che dialoga direttamente con gli spazi naturali del fiume Po. Una simbiosi che prende forma, nella mimesi dell’acqua, con una cascata di pothos che scende da una delle pareti laterali restituendo il verde ad ambienti geologicamente sfavoriti ma che hanno vissuto grandi trasformazioni: dal rimessaggio delle barche all’offerta culturale e di intrattenimento.
Il Capodoglio trova la sua sede all’interno delle iconiche arcate dei Murazzi, la cui costruzione risale al periodo tra il 1872 e il 1910. I locali dei Murazzi del Po sono stati fin dai loro albori centro di attività di pesca, lavanderie oltre ad essere un’ambientazione privilegiata per le celebrazioni e i convivi della corte dei Savoia.
Il rinverdimento delle arcate dei Murazzi rientra in un progetto di integrazione di queste architetture ottocentesche con il paesaggio fluviale e i boschi della collina.
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Casa Argo
Casa Argo, Villa Ferraris, Villa Sacro Cuore. Sono tre dei passaggi che questa antica dimora ha subito nel corso dei secoli. Casa di villeggiatura della famiglia Bazano, primi proprietari di cui abbiamo notizie dall’archivio storico del ‘700. Poi, con l’acquisto dei Marchesi Carlo Tancredi e Giulietta di Barolo, entrerà a far parte dell’Opera Pia come dipendenza dell’Ospitaletto di Santa Filomena di Moncalieri con il nome di Villa Sacro Cuore. Venduta dall’Opera Pia Barolo, si susseguono vari proprietari tra cui i Notai Ferraris di Vercelli e gli ultimi ad avere la proprietà nella sua interezza saranno Chirici Francesco e Zaira Giusti, quest’ultima conosciuta come la Santa di Testona sensitiva e guaritrice. Ad inizio del XXI secolo la dimora vieni rinominata Casa Argo in onore del primo cane dai nuovi proprietari che sperimentano in questo luogo un nuovo modello di cohousing.
L’orto-giardino, realizzato nel 2008 dopo anni di abbandono, è l’appendice della manica rustica ed è uno spazio dedicato alla coltivazione di ortaggi e alberi da frutto alternato da angoli con piante ornamentali. Il frutteto accoglie peri, meli, peschi, azzeruoli, melograni di varietà antiche. Una grande amarena e una vecchia pruna Regina Claudia sono le uniche piante insieme ai grandi noci al fondo della proprietà ad essere stati risparmiati durante il rifacimento di questo spazio.
Una pergola divide l’orto dal frutteto e ci accompagna nel percorso fra le ornamentali e una piccola collezione di agrumi in vaso.
E’ stata realizzata una vasca di raccolta per l’acqua sorgiva con cui si irrigua orto e giardino.
Pesci e piante acquatiche decorano la cisterna, mentre un pollaio poco distante accoglie diverse varietà di avicole.
Antistante la casa padronale è stato riformulato quello che per chi ci abita è considerato il giardino romantico composto da siepi di bossi , rose di varietà diverse, camelie, peonie e un gazebo sul quale si arrampica un glicine. Su un lato della casa, tre terrazze coltivate a fiori fanno da cornice alla collina che sovrasta la casa. Una vasca dall’acqua corrente accompagna il trascorrere del tempo.
Molte delle piante che oggi abitano Casa Argo sono frutto di salvataggi di giardini andati perduti.
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Casa Biscaretti
La casa abitata dall’artista Luisa Albert e dalla sua famiglia affaccia su Piazza Cavour, con i suoi giardini che alternano colline e spianate ereditate dai precedenti Giardini dei Ripari, realizzati qui nel 1834 modellando il terreno sui resti dei bastioni difensivi distrutti dai Francesi in età napoleonica.
L’espansione di Torino verso sud-ovest tra gli anni Venti e Sessanta dell’Ottocento diede origine al quartiere risorgimentale di Borgo Nuovo, compreso tra via Po, via Accademia Albertina, via dei Mille e corso Cairoli. Il Giardino dei Ripari era un vero e proprio parco dove i torinesi amavano passeggiare tra i viali e le fontane ritrovandosi alla Rotonda, elegante caffè concerto a pianta circolare progettato dell’architetto Barnaba Panizza, dotato di una terrazza dove suonava l’orchestra.
Intorno ai giardini sorsero in quel periodo residenze signorili, tra le quali Palazzo Biscaretti di Ruffia e lo stabile realizzato come casa-studio per lo scultore Giuseppe Bogliani, autore delle donne alate che sorreggono i balconi dell’edificio al piano nobile. Compresa tra i due palazzi, all’angolo tra piazza Cavour e Via Rolando, sorge la villa di fine Ottocento diventata oggi un piccolo condominio che riunisce tre famiglie di amici.
Il portone di ingresso su Piazza Cavour immette nel cortile che prosegue intorno alla casa con un vialetto affiancato da ippocastani e conduce all’area verde compresa tra l’edificio e il muro di cinta. Affaccia sul giardino il lato della villa a forma di C con vetrate al centro, sovrastato da una terrazza. Il cuore dello spazio esterno è un’aiuola semicircolare, avvolta dall’ombra densa di due tassi e tappezzata di edera. Intorno, siepi di aucuba, rose, oleandri, nandine e due giovani fichi ai piedi degli alti fusti di un ginkgo, un tiglio e un bagolaro. Un tavolo rotondo ha preso il posto di una vecchia fontana che è stata rimossa dall’attuale proprietà; a rievocarla, sono rimasti alcuni piccoli arredi del giardino, putti e vasi decorati con festoni.
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Casa Luzi
La storia di Casa Luzi e del suo giardino è un affascinante racconto di fusione tra disegno architettonico e ambiente naturale. Gli architetti Elio Luzi e Sergio Jaretti, due figure eminenti che hanno contribuito a plasmare il panorama urbano di Torino nella seconda metà del Novecento, hanno realizzato le proprie residenze private all’inizio degli anni Sessanta nella conca di Sassi, lungo via Borgofranco.
Il terreno scosceso su cui sorge Casa Luzi è il luogo in cui si realizzò la visione da cui prese il via il progetto del complesso immobiliare: due proprietà separate, ma collegate al centro dallo studio di architettura condiviso. Tra la pendenza del terreno e il percorso della funicolare di Superga, Luzi e Jaretti hanno intravisto l’opportunità di creare uno spazio dove gli edifici si fondono con la natura.
Il processo creativo si è sviluppato con il disegno della casa dal basso verso l’alto, modellando il terreno in una serie di movimenti che abbracciano la villa di 400 metri quadrati in cui volumi diversi si incastrano gli uni negli altri.
Il risultato è una casa di cui il giardino è parte integrante, un’esperienza di gioco di ruoli tra l’interno e l’esterno nel quale, come a teatro, dal giardino si è spettatori della vita che nella villa si svolge, mentre dal suo interno si prova la sensazione che gli elementi della natura entrino attraverso le grandi vetrate, in un rapporto di scambio e inclusione reciproco.
La casa-giardino è una sinfonia di elementi naturali e architettonici dominata dal grande tiglio che ombreggia l’edificio e alleggerita dalla grazia della betulla. Un bosco di bambù giganti delinea il confine della proprietà, separandola dalla villa gemella di Jaretti, e la Parrotia persica in autunno illumina il giardino con il suo rosso acceso.
I terrazzi, collegati da una rete di quattordici scale esterne e interne, offrono un percorso attraverso dislivelli e prospettive che evocano l’architettura organica ispirata a Frank Lloyd Wright, in dialogo con l’ambiente circostante.
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Castelvecchio
Il Castelvecchio di Testona costituisce un raro esempio di architettura nobiliare piemontese evolutasi nel tempo: da presidio fortificato a residenza umanistica e poi convento, fino alla sua attuale destinazione abitativa.
L’origine del complesso si colloca intorno al 1037, quando il vescovo Landolfo di Torino fece erigere una fortificazione sui resti dell’antico castrum di Testona, trasformandolo in una residenza suburbana vescovile, ma dell’originario aspetto medievale, sfortunatamente, non rimangono testimonianze iconografiche o descrittive.
L’assetto attuale si deve, in larga parte, agli interventi voluti da Giacomo Filippo Vagnone, nobile umanista, che tra il 1483 e il 1499 trasformò la struttura militare in una “residenza di delizie”, ispirata alla cultura della venerandae antiquitatis per sottolinearne il prestigio delle radici storiche e culturali, riflettendo così i cambiamenti nei gusti e nelle esigenze della nobiltà piemontese dell’epoca. L’edificio si articola in un corpo quadrangolare dotato di due torrioni cilindrici agli angoli sud-est e nord-est. La parte più antica del complesso, orientata a sud verso la frazione di Testona, conserva un torrione risalente all’XI secolo, in cui si distinguono elementi murari di epoca romana, come laterizi e mattoni interi, evidenziati già dall’Olivero, il quale a Castelvecchio di Testona dedica una ricerca monografica (E. Olivero, Castelvecchio di Testona, Accame, 1941).
Il giardino del Castelvecchio, oggi ridimensionato e trasformato rispetto all’impianto quattrocentesco, conservava un tempo numerose testimonianze scultoree e decorative. Nei secoli precedenti, vi erano collocati busti di imperatori romani e reperti lapidei di epoca romana e altomedievale, che facevano del sito una sorta di museo privato all’aperto, in linea con le tendenze antiquarie di matrice umanistica. Oggi, molti di questi reperti sono conservati nelle collezioni dei Musei di Torino. Il cortile interno venne trasformato in un’elegante corte porticata con arcate in laterizio, sorrette da colonne sottili in pietra locale. Sulla manica est si sviluppano un portico di circa tre metri e una galleria soprastante, entrambi aperti verso il cortile. Le finestre a crociera decorate in terracotta, le cornici tonde in cotto con ceramiche policrome, in stile della Robbia, e gli inserti decorativi celebravano l’eredità imperiale e classica, in un preciso programma iconografico voluto dal Vagnone. Di particolare rilievo è la cappella di San Martino, collocata nell’antica torre sud-orientale: a navata unica e volta a crociera, fu anch’essa oggetto di rimaneggiamenti quattrocenteschi. L’attuale ingresso nord, costruito quasi ex novo tra il 1900 e il 1907 su progetto dell’ing. Enrico Mottura, rappresenta un ulteriore momento di stratificazione architettonica. La torre nord-orientale, oggi visibile, fu edificata nel 1907 ad imitazione dell’antica per ospitare una nuova cappella.
Il Castelvecchio di Moncalieri si distingue per l’equilibrio tra la struttura difensiva medievale e l’apparato decorativo rinascimentale, rendendolo un unicum nel panorama delle dimore signorili piemontesi.
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Coltivabile
ColtivAbile è un progetto che mette in relazione lavoro, integrazione e natura.
L’obiettivo perseguito è quello di creare uno spazio in cui ragazze e ragazzi autistici possano cimentarsi in attività di natura agricola.
A ColtivAbile, l’acquisizione di capacità manuali viene esaltata come pratica terapeutica, permettendo a chi partecipa al progetto di sentirsi parte di un processo produttivo, in legame con il territorio e con le persone con le quali lavora.
Al tempo stesso ColtivAbile vuole essere un luogo dove si possano creare momenti di aggregazione e svago fruibili da tutti: sia dai residenti del circondario che da chiunque voglia raggiungere ColtivAbile per un momento di svago.
L’area occupata dall’orto-giardino di ColtivAbile si colloca sulla collina di Moncalieri, alle porte di Torino. Lo spazio è stato progettato per essere tranquillo e raccolto ma al tempo stesso per dare un senso di apertura attraverso l’affaccio sulle colline circostanti.
I percorsi disegnano forme sinuose e organiche, andando a costituire spazi tematici dedicati a specifiche pratiche agricole o attività legate alla socialità. È uno spazio di condivisione e incontro, dove l’interazione tra le persone viene esaltata e incoraggiata sia attraverso il contatto con la terra e il lavoro manuale, sia con l’offerta di attività sportive e ricreative fruibili da tutti.
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Docks Dora
Sembra di essere a Londra o a Berlino. Visitare i Docks Dora significa immergersi in un ambiente dove prevalgono i contrasti, in cui il passato industriale si integra con il futuro verde dei tessuti urbani. Nel complesso realizzato a inizio Novecento come magazzino merci con fabbricati dall’architettura razionale riconducibili all’Art Nouveau ci sono tillandsie sospese, piante che vivono d’aria e che crescono aggrappate al sottotetto in cemento armato, specie tropicali e una vite allevata a pergola sotto cui crescono specie spontanee e aromatiche. Una successione di spazi verdi che si alternano tra binari ferroviari dismessi e ristoranti di alto livello e laboratori artistici. Una parte del complesso, il cui nome originale era “Magazzini commerciali industriali Torino Dora Docks” è stata bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale e oggi rivive anche grazie a questo verde inatteso.
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Erbario dell’Università di Torino
Affacciato sull’Orto botanico, l’Erbario dell’Università di Torino racchiude uno straordinario
patrimonio poco noto al di fuori degli ambienti scientifici.
Gli oltre ottocentomila fogli su cui sono sapientemente allestiti campioni di piante essiccate non solo testimoniano la ricchezza della flora mondiale, ma raccontano anche quasi trecento anni di studi e ricerche botaniche. Tra le storie che questi fogli ci narrano risulta di particolare fascino quella dei grandi giardini ottocenteschi di cui oggi non vi è più traccia. Le piante raccolte in quegli spazi testimoniano un’epoca in cui, oltre alle sedi istituzionali come gli Orti botanici, anche i giardini di appassionati e facoltosi collezionisti avevano contribuito all’acclimatamento, alla conoscenza e alla diffusione di specie rare, giunte in Europa grazie a importanti spedizioni in territori inesplorati. Questi giardini, tuttavia, non rinunciavano alla loro funzione ricreativa e, accanto alle rarità botaniche, ospitavano le più ricercate specie ornamentali dell’epoca.
Scorrere questi preziosi fogli significa intraprendere un viaggio nel tempo, una passeggiata virtuale che riporta in vita giardini scomparsi, restituendone forme, colori e memoria.
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Fondazione Chierese per il Tessile e per il Museo del Tessile
Uno spazio in cui riscoprire il legame fra tessile e natura. Un percorso fra piante tintorie e da fibra ci ricorda quanto, ancora oggi, i tessuti creati con materiali di origine vegetale si intreccino inestricabilmente con le nostre vite. Ideato da Clara Bertolini con Manuel Ramello, l’Orto Botanico del Tessile® è collocato a Chieri, una delle capitali dell’industria tessile piemontese, nel chiostro d’impianto quattrocentesco del convento di Santa Chiara. Le piante in questo giardino botanico crescono in cassoni di legno impermeabilizzati e alimentati da un impianto di irrigazione dedicato. Nel 2022 il giardino è stato al centro di un’operazione di rinnovamento a cura di Melanie Zefferino, Claudio Zucca e Giulia Perin Schede informative con contenuti audio accessibili da QR Code e nomenclature in Braille assicurano fruizione e accessibilità per tutti.
L’Orto Botanico del Tessile® offre, con un unico sguardo, la possibilità esclusiva di osservare queste piante coltivate in un unico ambiente. Il giardino è diviso in due sezioni: nella prima sono coltivate specie dalle quali si ricava la fibra per i tessuti come il lino, il cotone, il banano,la ginestra odorosa, la canapa comune e l’ortica e l’agave sisalana. La seconda sezione, più ampia, è dedicata alle piante tintorie a partire da quelle usate per ottenere i toni blu (da cui derivano i primi blue jeans) e coltivate per secoli nel territorio chierese, ovvero il gualdo, la persicaria, il sambuco, e l’indigo da cui si ricava anche il verde.
Questo orto botanico, inserito nel percorso espositivo del Museo del Tessile di Chieri, è il primo nel suo genere in Piemonte ed è considerato un hortus di bellezza che integra il patrimonio librario della Biblioteca specialistica della Fondazione Chierese per il Tessile.
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IED – Istituto Europeo di design
La sede torinese dell’Istituto Europeo di Design (IED), un edificio storico in via San Quintino costruito nel 1881, offre un contrasto fra la tradizione architettonica e la modernità delle attività svolte al suo interno. Ogni anno circa 1000 studenti provenienti da tutto il mondo si riuniscono in questo luogo per coltivare la loro passione per la creatività e l’innovazione.
Lo stabile, adiacente alla chiesa dei Santi Angeli Custodi, copre una superficie di 2.500 metri quadri destinati ad aule e laboratori ai quali si aggiungono oltre 550 metri quadri di giardino, cuore pulsante della vita studentesca che qui trova spazio di aggregazione e un momento di svago tra una lezione e l’altra.
Il giardino presenta una pianta a L ed è cinto da mura, caratteristica che, insieme alla presenza di piante edibili (fruttiferi come peri, albicocchi, ciliegi, nespoli, melograni), rievoca alcune peculiarità dell’hortus conclusus. Il piano di campagna è ricoperto da uno strato di ghiaia di matrice calcarea e le aiuole che ospitano il verde ornamentale si sviluppano perimetralmente lungo la muratura. Gli elementi arborei occupano l’interno della superficie del giardino (ippocastani, bagolari) e al di sotto di alcuni di questi sono presenti aiuole disposte secondo una simmetria radiale, pressoché prive di vegetazione.
Numerosi anche gli arbusti di varie specie, tra cui aucuba, ibisco, ortensia, rose e oleandri. Tra i rampicanti si notano esemplari di bignonia, edera, vite americana e falso gelsomino.
A impreziosire ulteriormente il giardino sono gli arredi della collezione M’Afrique, firmata da designer internazionali per Moroso. Ispirate ai colori caldi e alle atmosfere africane, le sedute e i tavolini sono realizzati attraverso una tecnica di intreccio a mano di fili di plastica tradizionalmente utilizzati per la costruzione di reti da pesca, una lavorazione che rende unico ogni pezzo.
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Il Cortile della Casa del Pingone
Una foresta tropicale in vaso all’incrocio tra via Porta Palatina e via della Basilica di San Paolo, nel cuore del quadrilatero romano. Ficus, bambù, monstere, felci, banani di montagna: un verde svelato e integrato in uno dei pochi edifici di origine medioevale della città di Torino. Per quasi trecento anni è stato chiamato Canton ‘d Monsù Pingon perchè nel XVI secolo vi ha dimorato il potente storico di corte Emanuele Filiberto Pingone, il primo a scrivere un’opera sulla storia di Torino. Oggi l’edificio, all’interno di cui è incorporata l’unica torre medievale superstite della città, recupera i fasti del passato in chiave contemporanea. Nel ristorante al piano terra si possono ammirare diverse specie tropicali da interno coltivate in vaso come l’emblematico Ficus benjamina, l’areca (Dypsis lutescens), una palma delle foreste asiatiche e africane, e diversi esemplari di Kentia, un’altra palma dei climi caldi e umidi che però predilige l’ombra.
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Il Giardino delle Meraviglie
All’interno del complesso del Lingotto cresce una foresta tropicale. Palme, bambù, camelie e altre varietà di altre latitudini. Un verde inaspettato che si svela il “Giardino delle meraviglie”, una serra tropicale perfettamente mimetizzata all’interno del complesso del Lingotto. Una camera delle meraviglie botaniche nel cuore dello storico stabilimento FIAT.
Il giardino, che richiama i paesaggi lussureggianti delle foreste tropicali, si può ammirare camminando lungo un tunnel che lo attraversa risaltandone i colori e le morfologie originali delle piante che vi sono coltivate. L’oasi è un connubio armonioso di camelie (Camellia spp.), olivi (Olea europaea), magnolie (Magnolia spp.), bambù (Bambusoideae spp.), melograni (Punica granatum) e palme (Arecaceae spp.) che convivono con altri alberi e fiori dai nomi insoliti. Nella bella stagione questa giungla in miniatura offre anche un’ambientazione suggestiva per un aperitivo o una colazione di lavoro.
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Il Giardino di Fior di Rovo
Giardino con vista, così si può definire il giardino di Fior di Rovo. Inerpicato sulla collina torinese, il giardino verticale si compone di scale con gradini in pietra che salgono e scendono dolcemente collegando tra loro, in un percorso che invita alla scoperta, i diversi terrazzamenti. Restituendo l’immagine di un cottage all’italiana, le rose, insieme alle piante che ne accompagnano la crescita, sono le protagoniste indiscusse e, non potrebbe essere altrimenti, poiché la proprietaria di questo giardino ne possiede un vivaio specializzato. La collezione di rose, alimentata da passione inestinguibile, forma un mosaico di varietà differenti, con petali che sfumano dal bianco candido al rosa più intenso, ognuna con il proprio profumo distintivo, capace di avvolgere chiunque si fermi in questo angolo di natura.
Seguendo i principi dello “shakkei”, il giardino di Fior di Rovo materializza l’arte del “paesaggio preso in prestito”, pratica che mira alla realizzazione di un’interazione costante tra giardino e ambiente naturale circostante. I suoi 1000 mq di spazio verde sono coltivati con un approccio rispettoso della natura, in un continuo dialogo con il paesaggio torinese che lo abbraccia, dove non vi è separazione netta tra giardino e natura selvaggia, ma una simbiosi che arricchisce e valorizza entrambi. Questo concetto si riflette anche nella scelta di conservare l’adiacente scarpata nello stato pressoché originario, mantenendo intatta la bellezza e la spontaneità di un habitat naturale che si integra perfettamente con l’ordine e la grazia del giardino stesso.
La cura meticolosa del giardino, la scelta accurata delle piante, l’equilibrio tra arte del giardinaggio e rispetto per l’ambiente circostante, sono tutti elementi che si combinano per creare uno spazio di rara bellezza. Ogni angolo del giardino di Fior di Rovo invita non solo a un’esperienza estetica, ma anche a una riflessione profonda sulla relazione tra l’uomo, la natura e l’arte del giardinaggio. In questo giardino, il concetto di bellezza si arricchisce di significato e ogni rosa racconta una storia di passione, dedizione e cura.
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Il Giardino di Via Napione
Il giardino privato, una pertinenza dell’alloggio situato al piano rialzato dello stabile di via Napione 6, si estende per circa 300 metri quadrati. Con accesso carraio dalla via e un affaccio panoramico sul Lungo Po Machiavelli e sul sottostante Lungo Po Fred Buscaglione, il giardino ha una vista che spazia dal colle di Superga fino al monte dei Cappuccini e al Valentino. La casa, risalente al XIX secolo, è situata nell’area bonificata dell’ex Borgo del Moschino, e la famiglia Maiorca vi risiede dal gennaio del 1941.
Durante la seconda guerra mondiale, il giardino fu oggetto di un bombardamento alleato, che lasciò un grosso cratere danneggiando anche la terrazza. L’altro giardino dello stabile subì l’impatto di un’ulteriore bomba che causò danni alla facciata sud.
Nei decenni successivi, il giardino è stato oggetto di varie trasformazioni e restauri. Le aiuole sono state delimitate con marmo travertino, la pavimentazione della terrazza è stata rinnovata con pezzature di quarzite bargiolina bicolore, nei vialetti sono state posizionate lastre di Luserna e ciottoli del fiume Ticino e la vasca interrata dove fioriscono le ninfee è stata restaurata e rinnovata.
Gli alberi e i fiori nel giardino compongono una variegata combinazione di esemplari, alcuni dei quali vantano anche settant’anni di vita, altri sono stati introdotti più di recente. Le ortensie e l’agnocasto sono presenti da sempre, all’ombra di una magnolia maestosa. Le palme, il melograno e varie specie da frutto si accompagnano alle diverse tonalità di rosa e giallo delle rose. La terrazza e la recinzione fronte Po sono adornate con piante di agave in vasi di terracotta e un’area del giardino è dedicata all’orto domestico. Nell’arco delle stagioni si alternano le fioriture di calle, glicini, viole, ellebori, anemoni e begonie.
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il Gran Serraglio
Il Gran Serraglio, ramo nascosto della Galleria Umberto I, la più grande tra gli storici passage commerciali di Torino, riapre grazie al bistrot culturale Il Ramo d’Oro.
La galleria commerciale, arteria di passaggio tra il centro storico e il mercato di Porta Palazzo, venne progettata dall’ingegnere Lorenzo Rivetti e costruita tra il 1888 e il 1889 sui resti del primo grande ospedale di Torino, l’antico Ospedale Maggiore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Inaugurata nel 1890, svela per la prima volta la spettacolare copertura in vetro e metallo, ideata da Paolo Boubée, che corona l’incrocio delle braccia della galleria.
In questo luogo della Torino d’antan, la luce naturale filtra attraverso le campate trasparenti, modulata dalle sottili intelaiature metalliche, esaltando la pavimentazione mosaicata – realizzata successivamente, nel 1952 – e l’apparato decorativo della galleria: lesene con capitelli corinzi e cornici modanate, un repertorio che rimanda al lessico eclettico del revivalismo neobarocco.
La navata nascosta riflette e potenzia la bellezza d’altri tempi della galleria che l’ha ospitata silenziosamente in questi anni, restituendoci un luogo in cui l’eleganza ottocentesca dialoga con l’energia del presente: dopo oltre un secolo di storia, fiorisce di nuovo grazie all’ambizioso progetto ospitato al suo interno, che si propone di donare nuova linfa a uno spazio in bilico tra memoria urbana e innovazione.
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Il Podere Le Rocche
Fiori recisi, croce e delizia delle decorazioni e del vivaismo. Effimeri per natura, possono sopravvivere una settimana o poco più. Poi, la loro destinazione finale, è il bidone della spazzatura, preferibilmente quello destinato alla parte organica. La produzione di queste piante è ormai un’industria ormai globalizzata che si trascina dietro inquinamento e condizioni di lavoro spesso disumane.
Il Podere Le Rocche è una Slow Flower Farm, una realtà nata per contrastare questo fenomeno di delocalizzazione che ha costi ambientali sia per il trasporto che per le tecniche colturali. A Chieri, nei terreni dell’azienda agricola, le piante utilizzate per le composizioni floreali sono coltivate in regime biologico in un grande giardino da taglio dedicato alla bellezza e alla coltivazione sostenibile di rose da bacca, di fiori recisi in campo aperto e di fronde nel pieno rispetto delle stagioni, dell’ambiente e del suolo.
Il Podere le Rocche nasce dal desiderio di realizzare un progetto e tenere insieme la passione per la decorazione floreale naturale ed imperfetta, per la bellezza, per la creatività, per il rigore del design e per il fiore naturale, stagionale, italiano e a km0.
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La Pista 500 – Pinacoteca Agnelli
Uno dei più estesi giardini pensili d’Italia cresce sul tetto di una fabbrica di inizio ‘900. Da simbolo dell’industria moderna, alla rinascita ecologica: per quasi un secolo la pista di collaudo del Lingotto è rimasta inaccessibile, oggi è un’oasi verde aperta a tutta la cittadinanza. La Pista 500 è la High Line di Torino — e per certi versi la supera. Sotto il profilo botanico è infatti molto più ricca della sua controparte newyorkese: su un’area di poco più di 7.000 metri quadrati, oltre un quarto dell’intera superficie della pista, 28 isole ospitano più di 40.000 piante appartenenti a 300 specie e varietà, selezionate secondo criteri ecologici e in base alle variazioni stagionali di colore. Noccioli, piante tintorie, specie commestibili e erbacee perenni autoctone del Piemonte crescono senza richiedere un’irrigazione eccessiva, in un equilibrio pensato per durare.
A rendere questo luogo straordinario non è però solo la botanica. È grazie alla Pinacoteca Agnelli che la Pista 500 è, ad oggi, un luogo culturalmente vivo, restituendola alla città attraverso una programmazione continua. Le installazioni che punteggiano il verde non sono elementi decorativi, ma parte integrante di un progetto espositivo che intreccia natura, arte e spazio pubblico: ogni nuova presenza artistica rinnova il rapporto tra i visitatori e il tetto, rendendo ogni visita un’esperienza diversa dalla precedente.
È questa doppia vocazione, ecologica e culturale, a fare della Pista 500 una spettacolare passeggiata panoramica nell’arte e un caso unico nel panorama italiano.
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La Vigna del Merlo
La vigna del Merlo è un complesso formato da casa padronale, cappella e rustico, posizionate in linea lungo l’asse est-ovest e rappresenta una tipologia edilizia settecentesca caratterizzante la collina torinese.
Il complesso viene citato nella Guida alle Cascine e Vigne del Territorio di Torino e suoi Contorni del 1790 del Grossi come villa vigna del sig. Lutre ed è registrato sul catasto francese come Ferme Merle con il medesimo assetto, fatta eccezione per una piccola manica edificata nell’Ottocento. La conformazione del giardino è visibile sul catasto francese e non si discosta molto dall’assetto attuale.
Davanti al complesso si sviluppa un giardino in piano ricavato dal taglio della collina, mentre a monte dell’edificato, nelle aree che probabilmente venivano coltivate, si sviluppa ora un giardino che sale fino alla sommità della collina.
Nel 1956 il paesaggista Pietro Porcinai fu chiamato per trasformare e ridisegnare il giardino andando a modificare l’accesso alla proprietà giocando con il tema del cerchio, le partizioni interne ,ideando la piscina posta dietro gli edifici in posizione sopraelevata e una serie di camminamenti e percorsi che salgono sul crinale della collina, infine inserendo un importante numero di conifere tipiche del gusto coevo.
Nel 2009 il paesaggista Paolo Peyrone ha riorganizzato il piazzale sul fronte del corpo principale e la parte davanti al corpo rustico, a seguito dell’eliminazione di un campo da tennis, realizzato negli anni Sessanta del Novecento dalla precedente proprietà, andando a sostituirlo con delle superfici a prato.
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Le Rosine Polo Artistico e Culturale
All’interno dell’isolato delimitato dalle vie Delle Rosine, Giolitti, Plana e Maria Vittoria si
sviluppa il complesso architettonico dell’Istituto delle Rosine, testimonianza significativa di
edilizia religioso-assistenziale e manifatturiera, il cui impianto risale alla prima metà del
Settecento. Il Ritiro delle Rosine fu fondato nel 1742 a Mondovì da Rosa Govone e venne da
lei trasferito a Torino nel 1755. Con Regia patente del 9 luglio 1756 Carlo Emanuele III
assegnò alla nuova pia istituzione femminile i locali dell’antico Ospedale del Santo Sudario
che i Frati di San Giovanni di Dio, detti Fatebenefratelli, avevano nel frattempo lasciato. A
partire dal 1835, con la demolizione delle mura urbane e l’ampliamento dell’isolato, su
disegno dell’architetto torinese Giuseppe Talucchi, il complesso venne ristrutturato in modo
sostanziale, seguendo i canoni derivati dal gusto neoclassico, con l’aggiunta di una manica
edilizia interna, denominata Maria Teresa (in omaggio alla sovrana che la donò), destinata a
ospitare la filanda, il refettorio, l’infermeria e il crescente numero di Rosine. Ulteriori
trasformazioni vennero apportate a tutti gli edifici del complesso sino ai primi decenni del
Novecento, contribuendo alla definizione di un organismo articolato ma funzionale e, quando
il 13 luglio del 1943 l’Istituto delle Rosine, venne coinvolto nel disastroso bombardamento
che colpì il quartiere Centro di Torino, nel Dopoguerra si rese necessario un sostanziale e
ingente lavoro di ricostruzione e di restauro degli immobili.
Il fulcro del complesso è rappresentato dal vasto cortile centrale, cui fa da quinta l’edificio
colonnato opera di Talucchi che, un tempo, fungeva da struttura produttiva, di servizio e
residenziale per le Rosine e che oggi conserva la sua impronta formale. In questo spazio
silenzioso, il giardino interno, un tempo riservato esclusivamente alla comunità religiosa
femminile, si offre oggi come luogo di quiete e socialità, riaperto alla cittadinanza in
occasione di eventi culturali e iniziative pubbliche. La qualità architettonica e paesaggistica
del sito è stata mantenuta viva attraverso attenti interventi di restauro che hanno saputo
coniugare la conservazione dell’identità storica con le nuove destinazioni d’uso.
In tempi recenti, il complesso ha ritrovato nuova vocazione grazie all’apertura di spazi
culturali polifunzionali, tra cui il piccolo teatro che si trova lungo il colonnato prospiciente la
via Plana. Tali trasformazioni rafforzano il dialogo tra la memoria storica dell’edificio e le sue
funzioni contemporanee, facendo del Polo delle Rosine un luogo in cui architettura,
paesaggio e cultura si fondono in una stratificata narrazione.
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Nella Tana nell’orTo
A pochi minuti dal centro di Chieri incontriamo un modello che supera il principio della proprietà agricola e l’individualismo del giardinaggio per orientarsi verso una coltivazione responsabile interpretata come strumento collettivo di riscatto e integrazione sociale. Verdure estive ai piccoli frutti, preziose erbe aromatiche e varietà locali crescono in questa oasi di oltre duemila metri quadri in via Gran Paradiso. Nasce così, da un progetto della cooperativa Exeat di Chieri, un hub verde per trasformare questi terreni in un grande orto condiviso dove il cibo diventa sinonimo di inclusione, comunità e sostenibilità. Il raccolto che ne deriva non viene venduto a scopo di lucro, ma utilizzato per due destinazioni nobili: l’autoconsumo per le famiglie coinvolte e la donazione all’associazione “Reciprocamensa”, per portare cibo fresco e sano sulle tavole di 230 famiglie chieresi in difficoltà. Nelle tre serre di pertinenza dell’orto si coniuga la produzione di ortaggi di qualità con l’inserimento lavorativo di persone fragili e la lotta alla povertà alimentare.
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Parco del Re – Castello Reale di Moncalieri
Situato sul versante collinare, Il Bosco del Re è il parco monumentale storicamente connesso al Castello Reale di Moncalieri, un’oasi di straordinario valore paesaggistico, storico e naturalistico. Ad oggi, rappresenta un peculiare esempio piemontese di giardino ottocentesco, legato all’estetica e alle esigenze rappresentative della corte sabauda: a differenza dei giardini di molte altre residenze nobiliari, progettati in pianura per favorire la caccia o le attività agricole, questo parco si articola in un sistema di terrazze e rilievi su una superficie di circa 7 ettari con spettacolari vedute verso la pianura torinese.
L’impianto originario si deve all’architetto paesaggista Michel Bénard, che ne curò la progettazione nella seconda metà del XIX secolo, in linea con i modelli romantici allora in voga in Europa.
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il parco fu oggetto di un imponente intervento di forestazione che portò alla messa a dimora di oltre 20.000 alberi, per lo più di specie autoctone. L’articolazione degli spazi naturali, con sentieri serpeggianti, scorci panoramici, piccole radure e boschetti ombrosi, riflette un intento scenografico.
Il parco ospita ancora oggi alcuni elementi architettonici di particolare valore storico come la Torre del Roccolo, destinata storicamente alle pratiche venatorie e punto panoramico, simbolo della cultura del loisir nobiliare e la Casa del Vignolante, edificio rustico destinato alla gestione dei vigneti reali. La presenza di due piccoli specchi d’acqua, il Ninfeo e il Laghetto, contribuiscono a creare un’atmosfera pittoresca.
Dal 2020 il parco è passato formalmente in proprietà al Comune di Moncalieri, che ha avviato un programma di recupero e valorizzazione, prevedendo il restauro delle strutture storiche, la riqualificazione dei percorsi, e l’implementazione di spazi dedicati alla divulgazione culturale. Una collaborazione con l’Università degli Studi di Torino ha inoltre dato avvio a una sistematica mappatura e catalogazione del patrimonio arboreo presente nel Parco. Il Castello e il Parco di pertinenza sono iscritte, dal 1997, alla lista del Patrimonio Mondiale Unesco.
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Petronilla
Rustico ed elegante angolo di campagna nascosto alla vista dalla strada, l’ampio cortile interno è un’inaspettata sorpresa per chi si trova a varcare la porta d’ingresso del ristorante Petronilla.
Attraversando la sala che conduce al retro del locale, con cucina a vista, si notano sul soffitto alcune piante ricadenti, disposte lì come ad anticipare l’inatteso giardino. I tavolini in metallo e le sedute in legno, sono sistemate accuratamente nel verde tra esemplari in vaso di Cyperus alternifolius e alberi dai rami sottili e nodosi, creando un’atmosfera accogliente e autentica. Al centro il dehor, dalla struttura in legno, ricorda una piccola serra. L’area verde, ricavata dal cuore dell’edificio che ospita il ristorante, è decorata alle pareti da cascate di piante ricadenti mentre il piccolo orto, con i suoi odori, arricchisce le proposte della cucina. Al calare del sole, nella sera torinese, il cortile interno del Petronilla si trasforma in un luogo intimo, reso magico da una pioggia di luci sospese che invitano alla sosta e alla condivisione.
In questo spazio raccolto, natura e convivialità si intrecciano: il verde non si limita a essere semplice cornice, ma diventa protagonista di un racconto urbano in cui la quiete rurale si inserisce con armonia nella vita cittadina.
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Pininagri
Frutti simbolo dell’agricoltura locale e carbon farming. Ciliegi e nocciole, principi della tavola piemontese, crescono in sinergia con il bambù, uno delle piante più efficienti e longeve per catturare dall’atmosfera l’anidride carbonica a cui è imputato il riscaldamento globale del pianeta. La visita alla giovane azienda agricola Pininagri di Moncalieri permette di dare uno sguardo sul futuro delle coltivazioni. Il noccioleto della tenuta, oltre a produrre la famosa Tonda Gentile del Piemonte IGP, offre anche un rifugio sicuro per diversi animali. Grazie a diverse pratiche adottate in azienda la chioma del nocciolo costituisce un habitat ideale per farfalle, api, diverse specie di uccelli e piccoli mammiferi.
Mentre i ciliegi coltivati in questa oasi rurale, a due passi dalle città, sono piante d’altri tempi, le varietà autoctone allevate in vaso e con forma promiscua che crescono senza irrigazione o protezioni rispecchiano una forma di agricoltura che rispetta l’ambiente e valorizza il fragile ecosistema delle colline torinesi.
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Pocket Campus Bernini
Il nome Pocket Campus prende ispirazione dall’unione di due tipologie di spazi aperti al quale è ispirato: quella del pocket park, riferita a piccoli giardini urbani non pianificati, e quella dei campus, tipici delle università e dei luoghi di lavoro più all’avanguardia. Il progetto nato all’ombra dello storico Palazzo Bernini, sede di Fondazione Compagnia di San Paolo e dei suoi enti strumentali, si pone l’obiettivo di trasformare il precedente parcheggio in ghiaia in uno spazio completamente rinnovato e di qualità. Nell’idea di AG&P greenscape, dalla fase concorsuaIe fino al temine della Direzione Lavori, il Pocket Campus Bernini si origina dall’asse prospettico dello storico Palazzo, ove una grande e ritrovata piazza, con al centro uno specchio d’acqua a sfioro realizzato in pietra, richiama l’ovale del corpo centrale dell’edificio e impreziosisce l’entrata al giardino.
Il disegno del Pocket Campus prende avvio proprio sulla piazza, grazie a un nuovo bordo caratterizzato da una palizzata lignea che, seguendo un disegno sinuoso, contraddistingue fortemente lo spazio e aiuta a separarlo percettivamente. Snodandosi lungo il perimetro, la palizzata si muove e si trasforma in occasioni per lo stare: dal relax delle sedute a gradoni, agli spazi intimi per un pranzo all’aperto, allo svago con pétanque e tavoli da ping-pong, fino ad arrivare alle insenature più marcate, che diventano vere e proprie sale riunioni all’aria aperta dove trovare privacy al riparo delle chiome o di una delle grandi pergole. Una di queste, appositamente ricavata e disegnata con una panca in cemento lisciato su misura, attorno a due ippocastani centenari, importanti preesistenze da conservare.
La ricchezza delle potenziali funzioni è facilitata da una scelta d’arredo flessibile e modulare, di un giallo appositamente studiato in modalità custom, che ben si sposa con i materiali naturali privilegiati nella realizzazione del progetto come legno, ghiaia e pietra.
Le chiome di 32 nuove alberature di diverse dimensioni si aggiungono a quelle già presenti, tutte conservate, creando sia zone d’ombra necessarie per i periodi più caldi, che protezione e intimità dai palazzi intorno. La nuova vegetazione studiata per favorire l’effetto avvolgente in tutto il cuore centrale, include una siepe mista, copiose ortensie e una collezione di viburni sotto la chioma degli alberi. Le spighe delle graminacee giocano in verticale con gli elementi della palizzata, mentre il giallo degli arredi è ripreso dalle fioriture nelle diverse stagioni (Narcissus, Achillea f.; Rudbeckia).
Al calare della sera le luci, a carattere scenografico, completano la scena del parco rinnovato.
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RAM – Radici a Moncalieri
R.A.M., Radici a Moncalieri, esprime già dalla scelta del nome un’idea che coniuga progettualità, territoriale e culturale, e sostenibilità. R.A.M., infatti, è più di un’azienda agricola: è cultura e didattica, è buon cibo, è valore al territorio. Nata dall’ambizione di giovani che hanno unito le loro conoscenze in un progetto comune i cui intenti sono chiari sin dal principio: “ rispetto per la natura, coltivazioni sostenibili ed economia circolare”.
L’azienda, indipendente e artigianale, si pone come missione quotidiana quella di vivere in sinergia con la natura, intesa nella sua totalità, creando un luogo di cooperazione e inclusione sociale, oltreché di innovazione in campo agricolo.
Coltivare nel rispetto per la natura vuol dire, per R.A.M, assumersi una responsabilità etica: eliminare l’utilizzo di prodotti di sintesi nelle colture, impegnarsi a minimizzare gli sprechi, sostenere e incentivare un’economia circolare e migliorare la fertilità dei terreni, così da aumentare la biodiversità del territorio.
Inoltre, dal 2018 R.A.M. Radici a Moncalieri è stata accreditata all’albo delle fattorie didattiche italiane, diventando un centro di istruzione certificato immerso nel verde, con un’offerta vasta di attività per tutte le età sviluppate con l’obiettivo di sensibilizzare sui temi della sostenibilità e del consumo consapevole. Insieme all’associazione culturale Diramarsi e con la collaborazione di educatori e formatori, ogni laboratorio, incontro ed esperienza sono pensati per sviluppare una vera coscienza ecologica e stimolare la curiosità verso la natura, le tecniche di coltivazione, la salvaguardia dell’ambiente e la sana alimentazione.
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Ranch Urbano
L’abitazione a Torino, realizzata con un processo graduale e molto vicino alle pratiche artigiane, nasce con la volontà di portare nel cuore di Cenisia, quartiere emblematico di Torino, città nata dai minerali della produzione, una componente vegetale che è propria della campagna.
Il progetto sfrutta e potenzia le caratteristiche specifiche del fabbricato novecentesco preesistente, un’ex officina industriale in disuso: l’articolazione a ferro di cavallo dei corpi di fabbrica e l’apertura degli spazi, l’esposizione a sud e la luce diretta nel corso dell’intero anno, l’ampia copertura piana e il cortile antistante sono gli elementi di partenza nella progettazione di un ambiente ibrido che fonde abitazione privata, laboratorio artigiano e spazio di coworking. Il progetto, che vede la collaborazione di Wworks DesignBuild e Suingiardino, si propone infatti di realizzare uno spazio multifunzionale e immerso nel verde all’interno della città industriale.
Una volta realizzato, probabilmente a causa della forte presenza del legno nelle componenti strutturali dell’abitazione, sono stati i vicini a battezzare l’edificio “il ranch”, nome adatto a una casa che cerca di ritagliarsi e restituire, all’interno del fitto tessuto urbano del quartiere, un pezzetto di campagna.
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San Giors
La terrazza fiorita del San Giors, di recente realizzazione, si affaccia su uno dei caratteristici cortili interni della Torino d’antan.
La struttura ricettiva, infatti, può vantare una lunga storia che si intreccia a doppio filo con quella della città di Torino: alcune fonti, come il Catalogo Torelliano, sembrerebbero far riferimento all’esistenza di una rinomata locanda “San Giorgio” che, già dalla metà del 1400, ospitava principesse ambasciatori e visconti in visita nella provincia sabauda. L’anno di apertura, nella sede attuale di via Borgo Dora progettata dall’ingegnere Carlo Bernardo Mosca, è invece stabilito al 1815, rendendo il Sangiors un albergo con più di duecento anni di storia.
Nella seconda metà del secolo scorso si sono succeduti diversi proprietari, dall’illustre Bartolomeo Olivetti negli anni ‘50, a Piero Banchi dagli anni ’60, fino a Giancarlo Cristiani, noto gallerista d’arte torinese, nei primi anni Duemila.
L’architetta Simona Vlaic ha rilevato l’attività nell’estate del 2017 con il desiderio di ripristinare il “San Giors di una volta”, restaurando gli arredi originali e ripristinando le atmosfere e i piatti tipici, per farne nuovamente uno dei protagonisti della ristorazione e dell’ospitalità sabaude. A partire dal 2018 alcuni lavori di ristrutturazione dei piani superiori e nelle camere dell’albergo hanno permesso al San Giors di rinnovarsi ulteriormente senza perdere il proprio animo storico.
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Scultura Fiori
Maria Cecilia Serafino con il suo flower atelier Scultura Fiori ha trasformato, nei suoi venticinque anni di attività, una villetta di inizio Novecento in un luogo incantato dove ogni spazio è dedicato alla cura, alla lavorazione e alla presentazione dei fiori, considerati in tutto il loro potenziale artistico.
Situato a pochi passi dal centro cittadino, lo studio si affaccia sulla strada, con una serra che lascia intravedere, da fuori, la magia di ciò che accade al suo interno. Oltre la serra, il giardino e l’orangerie impreziosiscono gli spazi rendendo Scultura Fiori un inno alla bellezza dove boccioli, corolle e piante sono protagonisti di creazioni la cui unicità le distingue da “semplici” composizioni floreali, rendendole vere e proprie opere d’arte. Camminando tra le stanze dell’atelier si incontrano fiori di tutte le possibili varianti: fiori freschi, trattati, duraturi e secchi che con i loro colori e profumi diventano veicoli dell’interiorità della proprietaria.
Dalla metà di marzo, sbirciando tra le opere floreali nell’atelier di Serafino, nel giardino si può contemplare il magnifico albero secolare di Magnolia che con i suoi fiori rosati aggiunge magia ad un luogo che, già da solo, sembra essere la materializzazione di una fiaba.
Per chi desidera immergersi tra i colori, i profumi intensi e le forme dei fiori più inaspettate, l’atelier Scultura Fiori di Maria Cecilia Serafino rappresenta una meta imperdibile a Torino, un luogo dove l’arte floreale è l’espressione di emozioni e creatività.
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Sermig
Il Sermig, Servizio Missionario Giovani, nasce nel 1964 a Torino e dal 1983 trova la sua attuale sede all’Arsenale della Pace: un ex arsenale militare trasformato grazie alla collaborazione di migliaia di persone in una casa, aperta 24 ore su 24, pensata per accogliere.
Il cortile d’ingresso, che accompagna all’interno delle mura solidali, si compone di piani orizzontali, diversi per forma, funzione e materiale: le pensiline in acciaio e vetro dialogano armoniosamente con le sottostanti sedute in cemento armato, dalla composizione fortemente geometrica, mentre le pareti sono ricoperte da cascate di edera che scendono morbide, creando un contrasto dalla forza straordinaria.
La convivenza di piante di specie diverse unita alla presenza di specchi d’acqua riflettenti e l’ingresso diretto di luce naturale crea un armonioso ecosistema, uno spazio di contemplazione e raccoglimento interiore. L’incontro tra gli elementi neomedievali dell’architettura preesistente, gli interventi architettonici di matrice contemporanea e la vegetazione conferisce al luogo un aspetto di recupero naturale, dove il verde si diffonde ridisegnando visivamente lo spazio.
Oltre al rigoglioso ingresso, l’Arsenale della Pace può vantare altri due spazi verdi quali il Giardino delle rose e il Prato dei Popoli, finalizzati allo svolgimento delle attività all’interno della struttura e aperte alla comunità.
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Spazio 22_4
Ha sede in un interno di Borgo San Paolo, a Torino. Un magazzino di mobili sistemato e il cortile esterno, delimitato da 48 vasi e un mini-pond che ospita piante acquatiche, sono gli spazi all’interno dei quali favorire e sostenere l’incontro fra ricerca scientifica e artistica, allo scopo di trovare un linguaggio comune utile a dare voce ai risultati che la scienza ci offre in campo ambientale. Spazio_22_4, una delle nuove realtà del network verde della città di Torino, organizza mostre, dibattiti, workshop, presentazioni letterarie dedicate alle piante, all’ambiente e al cambiamento climatico. Grazie al pollice verde di Andrea Ferrari, ideatore dello spazio e fotografo professionista, si possono ammirare tra le diverse specie coltivate in vaso a partire da seme, alberi di melograno, rarità come la metasequoia o il Ginkgo biloba, liriodendro, liquidambar, faggio e magnolia.
Una galleria dove arte, botanica e sostenibilità ambientale si intrecciano in un dialogo lineare con lo storico quartiere ex-operaio.
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Terrazzo sul Balòn
Sospeso tra il fruscio del vento e il dolce mormorio della città, un piccolo terrazzo, delicatamente avvolto in una grazia senza tempo, si apre su uno degli scorci più pittoreschi di Torino: il mercato delle pulci del Balòn.
Un rifugio intimo, dove il fascino dell’antico si intreccia con la semplice eleganza dello stile shabby chic, creando un’atmosfera in bilico tra passato e presente. L’affaccio si apre generosamente sul sottostante mercato, dal quale si leva il rumore allegro di chi cerca e trova tesori nascosti tra le bancarelle e le voci dei commercianti, che si mescolano al cinguettio degli uccelli.
I mobili, dal gusto rétro, sono dipinti con tinte delicate: il bianco del legno si sposa con l’azzurro pallido delle sedute mentre qualche candela aggiunge un tocco di magia nelle ore serali, quando il sole cala e il mercato inizia a svuotarsi, lasciando spazio a una calma misteriosa. Le piante, testimoni silenziose di un piccolo angolo di verde, sbucano dai vasi di terracotta, creando un contrasto armonioso con la pietra grigia della pavimentazione.
Il terrazzo è un angolo di serenità, dove le ore scorrono lentamente, perdendosi nella dolce nostalgia di una Torino che conserva ancora tracce di quei luoghi senza tempo. Un piccolo terrazzo sospeso sul Balòn, dove la bellezza si nasconde in dettagli ricercati e l’eleganza si fa discreta, ma indimenticabile.
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The Heat Garden
The Heat Garden è un progetto architettonico realizzato da Iren Energia – società del Gruppo Iren – che sorge nel quartiere di San Salvario a Torino.
Ideato per accogliere un Sistema di Accumulo del Calore a servizio della rete metropolitana di Teleriscaldamento, un sistema di riscaldamento a distanza che permette di trasportare alle singole utenze il calore prodotto nelle centrali cogenerative attraverso una rete di tubazioni interrate, The Heat Garden è stato concepito con una forte impronta green.
In ragione della sua collocazione in un’area centrale della città, per integrarsi nel tessuto urbano, il progetto dell’architetto di fama internazionale Luciano Pia unisce aspetti di innovazione tecnologica all’attenzione alla sostenibilità e al territorio, mirando a integrare elementi industriali, urbanistici e di design contemporaneo.
The Heat Garden contribuisce concretamente al miglioramento territoriale, paesaggistico e culturale all’interno di un’area fortemente urbanizzata, permettendo di riportare un angolo di natura in una zona della città caratterizzata da una forte densità abitativa.
L’edificio ospita tre serbatoi alti oltre 24 metri con un volume complessivo di 2.500 m3, intorno ai quali si sviluppano terrazzi e giardini pensili, popolati da 21mila piantumazioni, rappresentando efficacemente il binomio tecnologia e verde. Le essenze vegetali presenti determinano un microclima che attenua gli estremi climatici, assorbono polveri sottili, anidride carbonica e producono ossigeno: la presenza delle piante, unita all’integrazione di storage termico e fonti rinnovabili, consente, infatti, di assorbire 25 tonnellate di CO2 all’anno. Inoltre, la vegetazione del giardino assorbe composti organici volatili e li converte in sostanze di cui le piante stesse si nutrono e assorbe fino al 50% della luce solare, riducendone la riflessione del 70%.
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Val Cenasco Land House
Nel cuore della collina moncalierese si trova la Valle Cenasco, anticamente denominata Orcenasco.
La zona si distingue per la sua autenticità: imboccando la strada Cenasco dalla chiesetta di San Bartolomeo ci si immerge in un paesaggio rustico e agreste, dove la mano dell’uomo è presente ma non invadente, lasciando spazio a prati, alberi e declivi lambiti dalle quiete acque di un piccolo ruscello.
La Valle Cenasco, un tempo custode di vigne storiche, accoglie oggi il progetto Val Cenasco Landhouse, una giovane realtà caratterizzata da uno stretto legame con la natura e il paesaggio circostante. Il progetto ha dato nuova luce alla casa colonica del Benisson Grande attraverso il restauro conservativo e l’impiego di materiali naturali e di recupero in grado di preservare il fascino del luogo.
L’area esterna è costituita da un giardino dominato da imponenti ippocastani. L’area circostante l’edificio principale, un tempo coltivata a vigna e zafferano, oggi trova nuovo vigore nelle erbe officinali e nell’apicoltura, preservando la spontaneità di rovi, acacie e sambuchi che infoltiscono le rive e offrono riparo alla fauna selvatica.
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Vigna Chinet
La Vigna, citata da Amedeo Grossi nella Guida Alle Cascine E Vigne Del Territorio Di Torino E Suoi Contorni (1790) prende il nome da Giovanni Battista Chinet, pellizzaro (mercante di pellicce) di casa Savoia al quale il re nel 1756 donò la villa sulla collina di Sassi con i terreni che la circondavano per 13 giornate.
Un tempo la proprietà comprendeva una cappella e un casino ed era soprannominata “Il Gatto”, forse per il sentiero ripido lungo il quale occorreva inerpicarsi per raggiungerla.
Dopo i Chinet, la dimora passò alla famiglia Avogadro, poi ai Promis, fino ad arrivare agli attuali proprietari agli inizi del Novecento.
Un disegno del 1779 conservato presso l’Archivio di Stato consente di ricostruire l’aspetto del giardino in quel periodo: un parterre all’italiana con rondò centrale, dal quale si dipartivano vialetti che delimitavano otto settori. Il giardino occupava il terrazzamento naturale di fronte alla villa e i terreni più esposti al sole erano coltivati a vigneto.
Oggi un prato con vista panoramica sull’intera città e sulle Alpi ha preso il posto del parterre, per accogliere eventi e ricevimenti. Un viale di tigli di inizio Ottocento, di una varietà ora introvabile, conduce alla villa e separa il prato dal giardino degli agrumi. La folta vegetazione intorno è un mosaico di alberi secolari: sequoie, tassi, catalpa, tigli e liriodendron (il cosiddetto albero dei tulipani). Tra le siepi di bosso ottocentesche, l’attuale proprietà ha inserito rose antiche, seguendo il principio di preservare il fascino semplice e agreste che contraddistingue questo luogo. C’è anche un piccolo spazio verde chiamato “giardino segreto”: questo doveva essere l’accesso originario dal quale partono due scalinate che portano alla villa, piantumato con magnolie, peonie, tassi e catalpa.
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Villa D’Agliè
Ubicata tra le colline che si alzano dal Po, Villa d’Agliè è un’architettura che rientra nella tipologia residenziale aristocratica seicentesca: la villa, infatti, nel 1610 di proprietà del duca Carlo Emanuele I, due anni dopo passerà al giureconsulto Bellezia, all’epoca sindaco di Torino, il quale costituirà il primo impianto del giardino.
Verso gli anni Cinquanta del XVIII secolo la villa assume il nome di Castelmagno, predicato del suo nuovo proprietario, il conte Ignazio di Castelmagno, che disseminerà il giardino di sculture e busti marmorei. Nel 1796, si data il passaggio di proprietà al conte di Agliè, segnando così l’inizio di un periodo di significativi interventi architettonici e decorativi, tra i quali spiccano gli stucchi del Martinez che ornano la sala centrale e raffiguranti i quattro elementi naturali.
L’ambasciatore britannico Sir John Foster, che ne divenne proprietario nel 1820, trasforma l’impianto rigoroso del giardino all’italiana in una composizione più romantica di derivazione inglese, introducendo esemplari di specie rare oltre che ippocastani, cedri del Libano, sequoie, e incrementando il selvatico che racchiude il parco come una quinta, con carpini e tassi. Sulla sinistra dell’edificio, il “prato piccolo” è dominato da un ultracentenario Liriodendron tulipifera.
Nel 1958, l’intervento del paesaggista Russell Page contribuisce al recupero e alla valorizzazione del giardino, ripristinando alcuni degli elementi del progetto ottocentesco.
A metà degli anni 90 del 900, a causa della moria dei carpini che costeggiavano lo stradino che dal fondo del prato antistante la Villa andava verso il tempietto, l’architetto paesaggista Stefano Giacosa decise di eliminare lo stradino stesso, modificando così il progetto dell’architetto Russel Page. Anche i carpini che delimitavano il fondo del prato in oggetto furono sostituiti da una siepe di tasso.
Lo spazio liberato fu piantumato con faggi e liriodendri che crescendo hanno costituito una
barriera verde che copre la vista da degli immobili siti all’esterno della Proprietà.
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Villa Fubini
Nel lessico settecentesco le vigne erano residenze fuori città dove giardino e coltivazione agricola convivevano in un unico corpo paesaggistico. Villa Fubini Durando, sulle colline torinesi di Sassi, è una testimonianza di questa tipologia di insediamento. Il giardino storico della villa documenta l’evoluzione della vigna collinare da spazio prevalentemente destinato alla produzione ad ambiente di rappresentanza e progettazione paesaggistica consapevole. Il complesso offre un punto di osservazione privilegiato sulle trasformazioni del giardino piemontese tra XVIII e XIX secolo e per la comprensione del rapporto tra architettura residenziale e paesaggio nelle colline torinesi. Orientato verso il panorama collinare e alpino parco vanta un “imprinting” settecentesco, se così si può dire, con aiuole dal disegno curvilineo con profilo a forma di cuore. Le aiuole oggi sono sottoposte a vincolo di tutela in quanto testimonianza significativa dell’assetto storico del giardino. Negli anni Trenta dell’Ottocento la villa è acquistata dal banchiere David Levi Fubini, il cui nome è rimasto legato alla denominazione attuale.
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Villa Il Modei
Un ingresso spettacolare, degno di una Wunderkammer paesaggistica. Quando si entra a Villa Il Modei si è accolti da un viale di palme di San Pietro (Chamaerops humilis) avvolte da rose rampicanti che, quando sono in piena fioritura, garantiscono un grande impatto visivo. Immersa nell’ambiente lussureggiante delle collina di Moncalieri la Villa ospita due salici di grandi dimensioni e offre un esclusivo punto di osservazione panoramica sulla città di Torino. Il complesso, di origine seicentesca e ancora oggi di proprietà privata, mantiene il suo impianto architettonico originale poi arricchito da elementi neoclassici aggiunti in una fase successiva e una aristocratica orangerie, un giardino d’inverno oggi collocato nella parte inferiore del parco. Nel XVIII secolo Villa Il Modei era una delle tenute più grandi, con 25 “giornate” di terreno, di tutta la città di Moncalieri. Così onerosa in termini di lavori agricoli che il proprietario, il conte Bottiglia, decise di svenderla per “solo” ottomila lire. La Villa deve invece il suo nome alla famiglia Omodei che ha acquistato la proprietà negli anni Trenta del XIX secolo.
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Villa Rey
Associazione Villa dell’Arte apre i cancelli del giardino di Villa Rey, splendida dimora storica costruita alla fine del XVII secolo e immersa nel verde della collina torinese.
Le personalità e gli artisti che animano questi spazi promuovono iniziative dedicate all’arte in tutte le sue forme, contribuendo attivamente alla valorizzazione culturale del luogo.
Villa dell’Arte opera in stretta sinergia con il collettivo Bastione, un gruppo di giovani artisti che condivide e sostiene gli stessi ideali. Attraverso mostre, eventi e attività artistiche, questo percorso si è affermato come scenario di numerose iniziative culturali rendendo il giardino un punto di incontro vivo tra natura e creatività contemporanea.
A completare il valore di questo luogo, Villa Rey ospita la sede di ASI (Automotoclub Storico Italiano) e custodisce alcune piante storiche e specie secolari, come il monumentale Platano di Cavour, testimone silenzioso di tutta la storia e i segreti del parco.
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Villa Rignon
Un grande giardino storico privato in corso Galileo Ferraris, nel cuore del quartiere della Crocetta. Il parco di Villa Rignon è uno scrigno verde nascosto all’interno di un’area densamente costruita ma dove, al riparo da occhi indiscreti, crescono alberi monumentali, specie autoctone e varietà ornamentali che riflettono l’estetica del giardino aristocratico tra Settecento e primo Novecento. Sotto il profilo paesaggistico, il giardino della Villa si presenta come un parco alberato formale con vialetti e quinte verdi in cui la componente botanica è organizzata secondo principi funzionali.Latifoglie ad alto fusto come faggi, querce, ippocastani garantiscono ombreggiamento e stabilità.Carpini e aceri richiamano i paesaggi naturalistici ormai quasi del tutto estinti della pianura padana e sono in grado di modulare luci e ombre per generare inaspettate profondità visive. Glicini, rose, ortensie e fioriture stagionali introducono poi sfumature cromatiche e un livello più intimo di fruizione del giardino, coerente con la funzione ancora oggi privata del parco. Il giardino di Villa Rignon rappresenta anche una importante oasi di biodiversità: gli alberi maturi sono habitat ideali per avifauna e insetti mentre la stratificazione vegetale contribuisce alla mitigazione climatica e alla qualità ambientale del quartiere.
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Villa Sassi
Quattrocento anni di storia e una tradizione all’insegna della mondanità e dell’ospitalità, Villa Sassi è una dimora storica della collina torinese che ha visto numerose personalità italiane e internazionali, da nobili a politici, da artisti a imprenditori, attraversare le sue sale e i suoi giardini. Camillo Benso conte di Cavour passeggiò nel suo parco nei mesi che precedettero l’Unità d’Italia. La famiglia Turati, proprietaria dei marchi Carpano e Baratti, trasformò la villa in uno dei centri più dinamici della vita sociale torinese: attrattivo per intellettuali e personaggi come Helmut Newton e Maria Callas, soprattutto grazie al fermento promosso dalla contessa Romilda Bollati presidente, con il fratello Giulio, della casa editrice Bollati-Boringhieri e brillante personalità del mondo dell’imprenditoria e della cultura. Qui la contessa, amante dei ricevimenti e appassionata di fiori, organizzò feste leggendarie in occasione delle quali faceva decorare gli interni della villa con migliaia di rose.
La superficie del parco di Villa Sassi, con i suoi 22 ettari per l’80% ricoperti da boschi, si estende su una parte consistente della collina. Nel corso dei secoli l’intervento umano ha modificato il territorio dialogando con la sua prevalente natura selvatica e rispettandola, come un ospite che limiti la propria presenza. I sentieri che attraversavano questi boschi fino a lambire la collina di Superga sono oggi immersi in una fitta vegetazione, ma i visitatori possono avventurarsi lungo il percorso che conduce al belvedere con un antico tavolino di pietra e godere della vista che si apre sull’arco alpino.
Fin dal Settecento il parco è stato ripartito in ambienti con funzioni diverse. La parte più selvatica era riservata alla caccia, mentre di fronte alla villa si estendeva il giardino all’italiana, che oggi è stato fedelmente ricostruito dalla nuova proprietà. Due grandi aiuole bordate di bosso con al centro una fontana d’epoca restituiscono a questo spazio la sua bellezza originaria. Ai quattro angoli sono posizionati vasi bianchi con sempreverdi, intorno alle aiuole panchine d’epoca verniciate di bianco e ai lati della fontana due panche di marmo che hanno preso il posto di quelle antiche in pietra.
L’area dell’ampio prato inglese sul quale affacciano le vetrate del salone è circondata da alberi secolari tra cui grandi magnolie dalla fioritura spettacolare e un cedro del Libano di 450 anni, censito tra i più antichi d’Italia. La sua presenza monumentale evoca ideali di forza e potenza che ispirano rituali simbolici all’ombra della sua chioma.

