Nel Theatrum Sabaudiae, l’opera commissionata nel Seicento da Carlo Emanuele II per esaltare la grandezza del ducato di Savoia, la Vinea Montana juxta Valentinum è ritratta con splendore idealizzato: un imponente complesso monumentale, con un maestoso corpo centrale circondato da padiglioni angolari e giardini geometrici all’italiana, che superava di gran lunga la realtà effettiva.
Commissionata da Maria Cristina di Borbone, figlia del re di Francia Enrico IV e di Maria de’ Medici, la Vigna detta “di Madama Reale” fu realizzata sulla base di un progetto molto più contenuto e pragmatico ideato dall’architetto padre carmelitano Andrea Costaguta, teologo di corte e suo confessore.
Con il termine “Vigna” si designavano le ville e cascine della collina torinese costruite a partire dal XVI secolo su terreni coltivati principalmente a vite.
Il luogo scelto per costruire la villa fu un vigneto immerso nella conca di San Vito ai piedi della collina, in posizione privilegiata, elevata ma a poca distanza dalla città, con vista sul fiume, su Torino, sulle campagne e le Alpi circostanti, avvolta dalla cornice naturale del bosco e in stretta connessione con la residenza del Valentino, sulla riva opposta del Po.
Durante gli ultimi dieci anni della sua vita, Maria Cristina abitò la villa, arricchendola con l’eleganza e lo splendore della vita di corte. I giardini, parte integrante della dimora, si sviluppavano su diversi livelli, con scalinate, statue, obelischi, porticati, esedre e ninfei. All’interno del parco si allevava una varietà di animali, tra cui cervi, camosci, aquile, lupi e orsi, oltre a specie esotiche come gazzelle, scimmie e leoni, per meravigliare gli ospiti. Una parte della tenuta rimase destinata a vigneto, seguendo la tradizione delle residenze nobiliari costruite sulle colline.
Tra Settecento e Ottocento la villa passò attraverso diverse proprietà e fu oggetto di vari interventi di restauro che ne modificarono l’aspetto originario. Trasformata in quartiere militare, diventò successivamente sede dei Padri Missionari di San Vincenzo e a fasi alterne tornò nelle mani dei Savoia. Sotto l’occupazione francese vi si trasferì Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone e moglie del governatore di Torino; infine Vittorio Emanuele I la cedette nel 1814 ponendo fine al legame con la dinastia. Questi cambiamenti portarono alla riedificazione settecentesca del palazzo, che subì un notevole ridimensionamento, e alla ristrutturazione dei giardini, spostando definitivamente verso la collina l’orientamento della proprietà, prima rivolto verso il Po e il Castello del Valentino.
Nel 1927 viene acquistata da Werner Abegg, industriale svizzero del tessile e collezionista d’arte.
Nel 1983 i signori Abegg donano la proprietà alla Città di Torino e l’Istituto Bancario San Paolo di Torino acquista la proprietà superficiaria della villa e l’uso di parte dei giardini. La restante porzione del parco fa parte del verde pubblico di Torino.
Attualmente, all’impianto seicentesco del giardino all’italiana, con i suoi dislivelli naturali e artificiali, si affianca la componente ottocentesca del parco paesaggistico.
La parte squisitamente barocca comprende il “giardino di sotto” all’italiana diviso in aree quadrangolari bordate di bosso, con fontane centrali e alberi di magnolia ai lati, la cui vista prospettica culmina con un obelisco posto all’estremità di una pendenza affiancata da siepi di carpini e lauroceraso. All’impianto originario appartengono anche alcune strutture murarie di contenimento del terreno e il complesso sistema di gallerie nel sottosuolo.
La zona ottocentesca, di impronta romantica e informale, comprende un lago e il prato all’inglese, rose, serre e stagni. Appartengono all’impianto di quel periodo gli esemplari monumentali di faggi, conifere, tigli e ippocastani. Un portico prolunga l’edificio sul lato nord-est, sovrastato da un terrazzo collegato al “giardino di sopra” di proprietà comunale, dove sorge un piccolo padiglione ottagonale dal tetto rivestito in rame con doccioni a forma di serpente.


